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I falò romettesi per “u capidduzzu di Maria” di Crispino.

 

 Ricordi legati alla mia infanzia.

 

di Piero Gazzara

 

Non vedevo l’ora che arrivasse il primo sabato di settembre. Sul far della sera, assieme a mio padre e a tanti altri abitanti di San Cono, frazione di Rometta (ME), ci trovavamo ai bordi della strada provinciale per S.Domenica, in contrada Scoldara, per i falò (vamparizzi o bamparizzi), accesi mentre in lontananza, a Crispino[1], il segnale degli spari e dei “botti” annunziava la partenza della processione della reliquia del capidduzzu di Maria (secondo la tradizione locale si tratterebbe di un capello della Vergine). Decine di fuochi brillavano in lontananza, da Gimello a Safì, sino a Santa Domenica e a Conduri, tutti lì ad onorare con un rito che si tramandava nelle terre romettesi da generazioni, sin dal lontano 1650[2] quando fu donata al Santuario di Crispino la sacra reliquia.

Santuario di Crispino con Oratorio

 

Da parecchi anni la tradizione dei falò non è più seguita: “una volta lei avrebbe visto accendere fuochi in tutte queste campagne” da un ricordo di Concetto Previti, pellegrino e ciaramiddaru di Roccavaldina, raccolto nel 1997 da Ignazio E. Buttitta durante la processione di quell’anno. E continuando: “ora non si può più dare fuoco perché non ci sono più coltivazioni e non appena si accende, il fuoco si allarga e fa danno. Dovunque si dava fuoco, a tarda sera. Lei avrebbe visto in tutte queste campagne una cosa meravigliosa. Lungo la strada più tardi qualche bamparigghiu lo vedrà, ma solo qui lungo la strada (fra Pellegrino e Monforte), perché non possono farlo nelle campagne.”[3]

Processione del Capidduzzu di Maria

 

Crispino e Pellegrino erano mete di un pellegrinaggio proveniente dai centri peloritani alcuni giorni dopo: l’otto settembre dedicato alla venerazione della madonna di Crispino, ritenuta miracolosa. Tra sentieri sterrati e radure boscose, ci si muoveva in gruppo su un reticolato di percorsi di cui uno attraversava le contrade di Safì e Conduri. Ed è proprio nella frazione romettese di Conduri che, sino agli anni cinquanta del secolo scorso, quando il Borgo era densamente popolato, numerosi pellegrini devoti della vergine di Crispino, detti “furitani” (forestieri) provenienti a piedi da Messina, via Bordonaro e via Cumia, e seguendo la strada mulattiera pubblica[4] che valicava le cime dei peloritani, invadevano tra la notte del 7 e 8 settembre, le tortuose viuzze per giungere al santuario di Crispino. Non occorreva camminare per giorni e per centinaia chilometri, ma gli itinerari sacri del pellegrinaggio interno rappresentavano, dal medioevo al secolo scorso, una motivazione allo spostamento di ingenti masse di persone che, su percorsi della durata di una notte raggiungevano i luoghi sacri, dove il divino si era manifestato con evidenza per mezzo di miracoli. E nell’eremo-oratorio di Crispino (sotto la regola di San Filippo Neri), i prodigi e le guarigioni miracolose si narravano essere stati numerosi[5]. Nel primo pomeriggio, i pellegrini ripartivano per il viaggio di ritorno che per molti prevedeva una leggera deviazione per una breve sosta nella piccola contrada di San Cono a Rometta, dove si assistevano alle tradizionali celebrazioni in onore di S. Anna dell’otto settembre.

Dai racconti degli anziani di Conduri, raccolti nei primi anni ottanta, oltre ad essere testimonianza di devozione verso il vicino santuario mariano, traspare anche un senso materiale di appartenenza ad un luogo situato nel territorio di un altro comune. Era come se dall’impegno e dalle fatiche che qualsiasi pellegrinaggio comportava, sia esso su breve distanza che sulle lunghe, si riuscisse ad eliminare quel confine-frontiera, quelle barriere che la politica accentratrice e chiusa dei ceti dominanti, soprattutto post-unitari, perseguiva a tutto vantaggio di uno sterile campanilismo ammantato da ambizioni pseudo cittadine, protrattosi abbondantemente fino ai giorni nostri. Pellegrini che, oltre a presentare al cospetto del santo, patrono del santuario, le loro suppliche e afflizioni, erano anche portatori di notizie, opinioni, racconti, ecc. che veicolavano da una contrada all’altra.

 

Conduri

 

Non per nulla in questa piccola frazione romettese, attraversata dai furitani, gli abitanti si tramandavano oralmente leggende e fatti su Crispino. Si raccontava che il Santuario fu costruito a seguito del ritrovamento in una grotta di un quadro raffigurante la Vergine Maria con il bambino da parte di alcuni contadini del luogo. La notizia del ritrovamento richiamò subito gli altri abitanti. Si decise di portare il quadro nella Chiesa di Pellegrino, ma dopo un tratto di strada questo divenne pesante a tal punto che non si riuscì a continuare il tragitto. Tutti gli sforzi per portarlo in avanti furono vani mentre se si spostava all’indietro, come per miracolo, il quadro diventava leggerissimo. A questo punto si fece il percorso a ritroso fino a raggiungere un luogo, poco distante dalla grotta, dove non si riuscì più a spostarlo. L’evento fu interpretato subito come il segno inequivocabile della volontà divina che indicava il sito dove la Vergine Maria voleva essere venerata. Lì fu edificata la Chiesa. Ed il punto esatto dove il quadro non era andato oltre fu costruito un arco sul quale fu posta una campana, ancora oggi visibili con la quale i Frati avvisavano gli abitanti di Pellegrino dell’inizio delle funzioni religiose nella Chiesa di Crispino.

Le contrade romettesi viste da Pellegrino-Monforte San Giorgio

La vicinanza a Monforte San Giorgio e al Santuario mariano, con quest’ultimo quasi dirimpettai, faceva degli abitanti di Conduri dei depositari delle memorie dei “fatti e dei miracoli” del Santuario monfortese. Anche sulla reliquia del capidduzzu di Maria esiste una versione tramandata oralmente. Anche qui si tratta di un ritrovamento, questa volta ad opera di alcuni cacciatori di Milazzo che durante una battuta di caccia sui monti vicini al Casale di Pellegrino si imbatterono in una cassetta di legno con dentro un capello e una immaginetta della madre di Gesù. Si gridò al prodigio e gli abitanti accorsi in gran numero impedirono che la sacra reliquia fosse portata nella città del capo nonostante le insistenze dei cacciatori milazzesi. Alla fine fu trovato un accordo. Che la preziosa reliquia rimanesse a Pellegrino ma non poteva rimanere fuori da quel luogo per più di un giorno altrimenti la Chiesa milazzese ne avrebbe preteso la titolarità portandola via da Pellegrino. Per questo motivo la processione si svolgerebbe tutta in poche ore, essenziali per raggiungere in processione la Chiesa Madre di Monforte San Giorgio. Qui, conclusi con solennità i riti religiosi, la teca della reliquia è ricondotta a Crispino a cura del sacerdote che vi provvede personalmente.

Molti pellegrinaggi antichi, eseguiti esclusivamente a piedi, sono spariti dalla memoria mentre altri ancora oggi vengono riproposti, verso quei luoghi taumaturgici della parte tirrenica del messinese, quali al Santuario di Sant’Antonino da Padova di Capo Milazzo, al Santuario della Madonna del Tindari e a quello dell’Ecce Homo di Calvaruso.

E per sabato, 10 settembre 2016, alle ore 18,00, l'instancabile Giuseppe Ardizzone nella Chiesa di Pellegrino presenterà il suo nuovo volume sulla storia del Santuario, sulla processione del Capello di Maria e sul villaggio Pellegrino.

l'invito per il 10 settembre 2016

Scritto Sabato,1 settembre 2016.

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[1] Località nei pressi del borgo di Pellegrino, frazione del Comune di Monforte San Giorgio (ME).

[2] C. Arnò – G. Ardizzone, Santa Maria di Crispino, Messina  1971, p. 10.

[3] Ignazio E. Buttitta, Le fiamme dei santi, Roma 1999, p. 138.

[4] Lo stesso tracciato seguito in notturno dai fedeli romettesi in agosto per il pellegrinaggio al santuario mariano di Dinnammare.

[5] C. Arnò – G. Ardizzone, ivi, p. 15-16.

 

 

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