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Sulla Mostra di Arte contemporanea ospitata nei locali del Municipio di Rometta.

“Sette punto Arte”, sette artisti espongono alcuni loro lavori nel magnifico atrio del restaurato palazzo “Nino Lombardo*”, internamente ripensato ma esternamente riportato alla primigenia architettura rinascimentale. La mostra, nata nell’ambito delle Giornate della Cultura del 29 e 30 giugno, è visitabile sino al 21 luglio. Curata dagli stessi autori, la mostra annovera nella propria consistenza, interessanti lavori che evidenziano appieno l’infinita leggibilità e l’estrema libertà di composizione, scevra da canoni concettuali identificabili in facies o magister iniziatori. Ciascun artista è un universo di forme e di sfumature da ricercare nel vissuto di ogni singolo artista, unico modellatore del proprio stile che assurge a rappresentazione di una intimistica visione dell’umana rappresentazione.

Tra questi, Stello Quartarone, una vita nell’Arte, pervasa in ogni sua fase dai colori e dalla continua trasformazione della materia: le sue creazioni, esposte, sono formelle plasmate con il fuoco, diretto dalla mano dell’artista sulla pece nera che, simile al plasma primordiale, tenta di aggredire i colori scagliati da Stello. Tutta la produzione artistica del pittore messinese denota un continuo sforzo nel mutare  la realtà percepita, creando uno spazio amorfo in cui si immerge con la tempra di un atipico demiurgo armato di immaginazione, artefice assoluto della propria vita.

Duttile pianificatore di forme (e di pensiero), Nino Giocondo esplora il vuoto fisico con una semplicità che al primo apparire inganna i sensi, attirati dagli spazi consueti: lettere e aree cromatiche dominano il piano. Ma la devianza sensitiva di chi crede nelle apparenze viene soggiogata dal “tempo”, eterno alleato della mente indagatrice. Ed ecco che le lettere, colte nella loro uniformità “tipografica”, assumono i contorni di una possibile visione interpretativa: le lettere, le idee, i concetti sembrano contendere lo spazio vitale alle materie grezze, alle massificazioni, al perbenismo, all’ipocrisia e a quant’altro riconosciamo di decadente nell’azione umana. Ed ancora, le lettere, le parole ingigantite nella loro plasticità, sembrano impegnate in una lotta per emergere davanti ai nostri occhi, per impadronirsi della nostra attenzione e focalizzare su di esse tutto lo sforzo intellettivo.

Cammina con la gente l’estro artistico di Aurelio Valentini, progettista di strutture materiali (una laurea in Ingegneria) e adesso totalmente votato all’Arte e modellatore di gesti animati, padroni incontrastati dello spazio. Le figure attirano lo sguardo del visitatore estraniandolo dal contesto e lo sollecitano ad esplorare i gesti, le pose, il cammino e l’abbigliamento, cioè sull’essenzialità delle cose, senza alcuna divagazione su aspetti e oggetti non utili ad una qualsiasi e possibile definizione della realtà.

Esplosioni di colori, forti e sovrastati da un rosso che sa di miti antichi e di sole, di terra aspra e battuta dal mare, colmano i lavori di Filippo De Mariano. Tutto sembra condurre alla sua terra nativa, la Sicilia (nasce e vive a Santa Lucia del Mela) ma non è per nulla difficile intravedere sprazzi di terra d’Africa, ora in quella pennellata ed ora in quella particolare raffigurazione di essere animato. E già. Gli animali dipinti dal De Mariano lasciano intuire la mission dell’artista: rappresentare attraverso di essi i pensieri, esternare le proprie emozioni e trasmetterli al mondo degli umani. Colpisce una tela per la sua dualistica (e molteplice) lettura. Un pesce di vaste proporzioni, tale da signoreggiare tutto lo spazio centrale, fagocita i suoi simili più piccoli, paradigma ancestrale per indicare il potere piramidale di ogni struttura sociale. Ma come non vedere nell’essere marino, raffigurato nella sua essenzialità corporea, priva di carne, il classico potente, o boiardo di sistema, oppure propugnatore di  dottrine settarie, generare (e non mangiare) altri suoi simili pronti ad ingrossare le file ed occupare i gangli della società?

Piero Serboli s’avventura per i labirinti della vita con l’animo del giocatore, consapevole delle regole che determinano il suo destino. Un tracciato sinuoso, irto di prove da superare e senza le quali non si può arrivare alla fine. Numeri e simboli riempiono gli snodi del labirinto quasi ad annunciare significati arcani e misterici, gli unici che non possono essere svelati da tutti ma conosciuti solo da chi s’accinge al percorso. E il cammino inizia e finisce sotto i nostri occhi, tutto piegato su se stesso, simile ad un gioco.

Un tuffo nelle memorie classiche, dove i colori tenui tracciano linee e decorazioni appena leggibili, cancellati dal passare del tempo. Così Demetrio Scopelliti sprigiona i suoi pensieri davanti alle tele sulle quali i colori creano aree indefinibili, atmosfere di epoche remote, retaggio di un sospiro in bilico sull’orlo del tempo. Nei quadri esposti di Scopelliti riaffiora una realtà subito impercettibile ma con il seguire delle linee e dei pigmenti di colore, delle forme appaiono avvolte dal decadimento della materia e suscitano emozioni, larvate di antico ma che contribuiscono a definire la visione dell’essere nella sua modernità.

Mentre Claudio Militti trasforma la comprensione della realtà in un eterno dualismo degli opposti: l’essere non è altro che il riflesso del non essere. I quadri esposti a Rometta testimoniano in modo chiaro questa visione metafisica del Militti che spinge la sua ricerca oltre i confini delle forme monodimensionali utilizzando segni e graffi tridimensionali, quasi volesse abbattere il confine tra pittura e scultura, lambendo alla fine gli ambiti della decorazione.

   

Demetrio Scopelliti                                                                          Claudio Militti

 

 

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